Tuono

scritto da ninuzzo
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Testo: Tuono
di ninuzzo

Avevo circa 10/11 anni, ero in Sicilia dai nonni, per le vacanze. Io e mè frate Vasile stavamo ora dai nonni materni ora da quelli paterni. Mio nanno Peppe ed i figli erano mezzadri presso un podere con casa colonica e palmento, in località Biviere nell'entroterra di Marina di Caronia, a sud a circa 2 chilometri dal paese e dal mare. I mezzadri coltivavano la terra e dividevano i raccolti a metà col padrone del fondo. Il podere era coltivato a olivi e limoni ma c'erano anche alberi da frutto e soprattutto c'era l'orto. Biviere può essere un vivaio di pesci ( origine latina ) ma anche un abbeveratoio ( origine saracina ). Ed è infatti per questa seconda accezione che il luogo si chiamava così. Al Biviere c'era infatti una sorgente d'acqua perenne che alimentava un abbeveratoio ed una grande cisterna per raccogliere l'acqua che serviva per irrigare i limoni ed anche qualche pianta d'arancio. Gli olivi erano a monte della sorgente perchè non dovevano essere irrigati; gli agrumi a valle venivano invece irrigati per caduta dalla cisterna e a scorrimento in canali scavati a zappa fino ad ogni pianta dove, intorno ad ogni fusto era stata ricavata una conchetta detta conca anche in siciliano. L'orto si faceva allo Biviere proprio per la presenza dell'acqua. Nel paese infatti l'acqua era razionata ed erogata per poche ore e neanche tutti i giorni.
Un giorno, a tavola , mio nanno Peppe, discutendo con i figli maschi , ù zzù Ninu e ù zzù Turiddu, considerava che sarebbe stata buona cosa portare nell'orto dello Biviere il letame del porco che allevavano che allevavano sutta à nà pinnata ( tettoia ). Considerarono che per portare la rasciura ( letame ) ci voleva uno scecco con la giusta bardatura e fare molti viaggi. Risolsero di farsi imprestare lo scecco correttamente bardato dall'amico Peppe della Pietragrossa che era parente di parenti.
In quegli anni, avendo letto Salgari preso alla biblioteca scolastica e tutti i fumetti western in circolazione, in riva al mare ero un pirata, ero invece Tex quando andavo in campagna. Ero armato di sciabola, arco e frecce ricavati da stecche di ombrello, una fionda fatta con la forcella di olivo ed elastici ricavati da una camera d'aria di bibicletta. La sciabola era stata ricavata dalla verga di un ramo di palma e, nella mia fantasia, era inguainata nella coda di un leopardo che avevo cacciato nella giugla di olivi. Con questo armamentario giocavo con i miei amichetti, similarmente bardati, per fare la guerra. Nel gioco cavalcavamo manici di scopa, pale, attrezzi vari. Ma quanto mi sarebbe piaciuto avere un cavallo............................ Mi sarei accontentato anche di uno scecco.
La necessità di portare la rasciura nell'orto mi diede l'occasione di avere la cavalcatura per almeno mezza giornata e forse ancora di più. Il mattino dopo, con mè frate Vasile ci presentammo dall'amico Peppe, parente di parenti, proprietario di uno scecco con la bardatura per portare sabbia, breccia,..... ma anche rasciura. Gli raccontai che ai miei zii serviva lo scecco per portare la rasciura e che mi avevano mandato per prenderlo. L'amico Peppe mi chiese se sapevo portare lo scecco. Io risposi " chi cci voli? io portavo sempre lo scecco rì mè nannu ". Peppe bardò lo scecco e ce lo consegnò. Non era molto convinto ma dandomi le redini mi disse " arricordati rì farlu manciari e bbiviri ". Balzammo sulla vardedda ( sella , bardatura ) dalla furtina che c'era lato marosi; era durissima e scomodissima. Come avremmo chiamato lo scecco che ormai per me era il più bel destriero della Sicilia? anzi del mondo?.
Tuono, Fulmine, Dinamite........, . Tra i tanti altri nomi scegliemmo di chiamarlo Tuono, anche perchè, dopo pochi passi, avendo capito che alla guida c'ero io, incominciò a scorreggiare dalla gioia.
Tuono era il nome del portentoso cavallo di un eroe del West. Tuono era molto docile ai miei comandi: " gira rì ccà, gira rì ddà, camina.. " , gli parlavo nella lingua che aveva sempre conosciuto. Era intelligentissimo, capiva la direzione ancor prima che tirassi le redini da un lato o dall'altro. In sella al destriero che io immaginavo bardato come il cavallo di Orlando ( che si vedeva sulle sponde di tutti i carretti ) con finimenti d'oro e argento ed una corona di fiori e piume per nascondere le orecchie, facemmo tutta la strada tra le case e la praja. A quel tempo non c'erano ancora le terrazze e le sopraelevazioni, tutte abusive, che avrebbero trasformato la strada in una sorta di tunnel con luce vista mare. Il sole faceva brillare i finimenti di Tuono che era felice d'essere finalmente un destriero e ogni tanto mangiava un fiore del copricapo. Anche lui si era immedesimato nella parte e cercando di nitrire di gioia ragliò come mai. Tuono ora camminava ora trotterellava senza che io glie lo avessi comandato, sapeva il fatto suo.
Tutti i cristiani e le cristiane, picciriddi e picciridde, ci guardavano impettiti sul destriero. Si sparse la voce e proseguimmo tra due ali festanti. Dalle finestre e dai balconi le festosità non avevano paragoni. Immaginavo coriandoli e stelle filanti. " Varda, varda, talè, talè chi bella ijmenta ". I carusi e i picciriddi chissà cosa avrebbero pagato per essere al mio posto! Così pensavo godendomi il trionfo.
Dopo circa 150 metri, la strada sale, per la acchianata ( salita ) della Finanza, e arriva sulla Via Nazionale. Questa acchianata non era più in terra battuta ma ricoperta di cuticchi ( sassi grandi come un pugno con la testa arrotondata) conficcati, quasi interamente, nel terreno. La terra battuta, in discesa o salita, non avrebbe retto il passaggio degli animali e soprattutto dei carretti molto pesanti.
In groppa al destriero per me e Vasile la posizione era molto scomoda. La bardatura per il letame era costituita da due scatole fatte di tavole, collegate tra loro, pendenti dai fianchi della cavalcatura. Ogni scatola, sul fondo, era chiusa da un'altra tavola legata, per l'estremità, con una corda al suo centro e al centro del basto. Sciogliendo la corda la tavola che tappava la scatola si apriva cigolando su due cerniere, come una finestra, e faceva cadere il contenuto. Era una macchina infernale che occupava tutto lo spazio sul destriero. Io ero a cavallo sul collo, Vasile quasi sulla coda.
Fatti pochi passi sui cuticchi, Tuono si fermò e tornò sulla terra battuta a marcia indietro. Io cercai di spronarlo e lasciai lente le redini, Tuono avanzò un pò e si fermò rifiutando i miei ordini. Vasile era avanzato, e con i piedi nelle scatole poste a cavalcioni del destriero disubbidiente, mi stringeva al petto.
A questo punto decisi che Tuono andava domato. Incominciai a spronarlo con i talloni nudi, avevo perso gli zoccoli , e a tirare le redini per spingerlo sulla salita. Tuono all'improvviso, nitrendo e ragliando si mise a girare su sè stesso come un trottolone. Vasile vuciava cà vulìa scinniri abbrancicatu a mmia, Tuono girava e girava provocando scintile con gli zoccoli ferrati sui cuticchi. Tuono non voleva acchianare e si voleva liberare dai cavalieri che lo volevano portare nel pericolo!.
Dal terrazzo della Finanza il brigadiere gridava: ( Frena, frena !!! ). Due cristiane che portavano legna in equilibrio sulla testa si fecero la croce e si misero di lato lontane dagli zoccoli. Anch'io incominciai a scantarmi ( spaventarmi ), ma, come è noto, tutti i somari hanno un santo protettore. All'improvviso, come per magia, si materializzò mè zzù Sarinu: io non vidi da dove arrivau. Abilmente prese Tuono per la capizza e lo tirò a sè assecondando i suoi movimenti sempre più lenti, fin quando lo quetò. Tra i nitriti di Tuono e gli applausi dei presenti mè zzù Sarinu ci condusse pian piano sull'asfalto della via Nazionale. Io mi convinsi subito cà mè zziu cci parlau cù Tuono, ed è per questo che si quetò, avevo uno zio magico. Mentre guadagnavamo l'asfalto un parente partì in bicicletta dopo aver assistito alla tragedia mancata per un soffio, in direzione Ponte Bruca. U zzù Sarinu mi diede le redini e mi disse, " tienili lienti lienti e latini ( dritte ) e vi porta a casa" . Così tuono ci portò soru soru ( calmo calmo ) fino al Ponte Bruca senza che io dessi un comando. All'arrivo, smontato dal collo di Tuono fui accolto da una scoppola trionfale, del nannu Peppe, che ancora mi fischiano le orecchie. Il ciclista aveva fatto la spia e già tutti sapevano tutto. Nessuno aveva il senso dell'avventura. Il giorno dopo non fu possibile la cavalcata di ritorno. Tuono era sparito.
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